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Innovazione, Start Up

Open innovation e Corporate venturing: intervista a Michele Padovani

L’open innovation è uno degli argomenti all’ordine del giorno per la maggior parte delle aziende, ma c’è ancora molto da fare per far si che diventi una pratica comune in Italia.

Di questo e di altro parliamo con Michele Padovani, Director della sezione Innovation Strategy MED di Ernst & Young e precedentemente CEO di iStarter, acceleratore italiano basato tra Torino e Londra.

 

Ciao Michele, da anni ti occupi di open innovation e di corporate venturing. Qual’è, secondo te, la forma di partnership migliore per favorire contemporaneamente la crescita di una startup e quella di una di una large corporate? E quale sarà l’evoluzione futura del loro rapporto?

Dipende molto dalla Startup e dalla Corporation, qualsiasi forma di innovazione o di partnership potrebbe comunque rivelarsi interessante. Il Corporate Venturing è sicuramente la forma più convinta e risulta essere tipicamente quella che da maggiori risultati da una parte e dall’altra, sempre se portata avanti secondo le giuste modalità. Per quanto riguarda una possibile evoluzione della partnership, anche in questo caso è chiaro che dipende molto da quali sono le modalità di ingaggio tra le due società, ma va sottolineato che la startup e la corporation presentano tipicamente un ottimo match tra punti di forza e di debolezza. Auspicabilmente, quindi, l’evoluzione dovrebbe essere da un lato la crescita della startup in tempi piuttosto contenuti e dall’altro la possibilità da parte della corporation di avvalersi del know how e del ritorno strategico che la startup le assicura, per poi concludersi in un’acquisizione definitiva della startup oppure in una exit tramite la cessione della partecipazione.

Dai dati rilasciati dal primo Osservatorio Open Innovation e Corporate Venture Capital, a cura di Assolombarda, Italia Startup e SMAU, si evince che oltre alle grandi imprese tra gli investitori ci sono anche molte PMI. Può essere una soluzione anche per la crescita di piccole e medie imprese?

C’è da dire che all’interno di questo studio sono state prese in considerazione alcune dinamiche che non hanno aiutato a mettere a fuoco ed enucleare solo l’aspetto del corporate venturing. Essendo stata effettuata soprattutto dal punto di vista quantitativo, l’analisi ha catturato anche tutte le società nelle quali c’era una partecipazione del 100% di una corporate che potenzialmente potrebbe essere anche una società di servizi e non una startup innovativa e che quindi certamente non rientra nella fattispecie del corporate venturing. Detto questo, non credo sia possibile che una PMI possa pensare al corporate venturing, ma ciò non toglie che siano possibili altre modalità di collaborazione e partnership nell’ambito dell’open innovation che possono agevolare anche la crescita delle PMI, sia per quanto concerne il know-how che dal punto di vista del ritorno strategico.

Nelle tue passate esperienze hai avuto modo di confrontarti sul tema del corporate venturing sia in Italia che all’estero, quali sono le principali differenze?

Volendo dare una risposta sintetica, all’estero c’è un mercato, mentre in Italia no. All’estero il corporate venturing è assolutamente una common practice, mentre nel nostro Paese c’è ancora molto da fare. Basta pensare che un anno fa ho partecipato al “Corporate Venturing Summit” a San Francisco, dove erano presenti le imprese leader mondiali cross sector, dall’aerospace con AirBus all’elettronica con Nokia ed io ero l’unico italiano e l’unico esponente di un’azienda italiana.

Se guardiamo il mondo delle PA oggi, i cambiamenti che dovrebbero avvenire sono sensibili: secondo te, il corporate venturing può rappresentare una soluzione agli ostacoli incontrati dalle PA oppure uno strumento da imparare a conoscere e di cui dotarsi?

Il Corporate Venturing è una ricetta che può essere efficace per qualasiasi organizzazione con dimensioni rilevanti, ma è auspicabile che parta dalla parte del privato o comunque da aziende a capitale misto pubblico-privato, mentre nel settore pubblico è molto difficile che si inserisca come best practice, ancorché sia corretto pensare che anche il pubblico potrebbe avvalersi del paradigma di Open Innovation.

Andando dall’altra parte, invece, quali sono gli errori più comuni fatti da startupper nel momento di confronto con grandi realtà di investimento corporate?

In Italia l’errore più grave è la troppa focalizzazione da parte della startup sul round di investimento, che rimane un importante punto di interesse, ma che deve essere accompagnato anche da un ritorno strategico. Credo che una startup debba fare i compiti a casa prima e cercare prima di tutto quale tipo di valore aggiunto dal punto di vista strategico potrebbe portare alla corporation, questo faciliterebbe molto la relazione tra le due parti. Sforzarsi di capire qual è il valore strategico che la startup può trasmettere alla corporation, invece di concentrarsi solo sul raccogliere investimenti promettendo crescita e ritorno finanziario, tralasciando il resto.

Qual è, secondo te, il ruolo che una società come EY può ricoprire in riferimento all’open innovation? Su cosa è focalizzata in questo momento?

EY ha il ruolo di abilitatore e di evangelista, in quanto ha degli asset che sono fondamentali per mettere a disposizione dei suoi clienti l’open innovation, primo fra tutti il network. Credo che nella geografia MED sia la società di consulenza che ha messo in piedi la più solida piattaforma di servizi di Open Innovation, toccando realmente tutti i suoi aspetti. Inoltre è in grado di mettere a disposizione dei clienti un background di competenze che sono state acquisite realmente sul campo e non si è limitata a cercare di avere consulenti “prestati” all’open innovation, che fino al giorno prima si occupavano di tematiche di consulenza tradizionale reimpacchettandoli sul tema.

Come vedi oggi la posizione Università italiane rispetto all’open innovation e all’imprenditorialità? Quale collaborazione o relazione immagineresti con EY?

La posizione dell’Università è assolutamente centrale e cruciale perchè è il luogo dove nasce il sapere e dove nasce la ricerca tecnologica. Tutto il sistema dell’istruzione è fondamentale nel paradigma dell’open innovation, mentre devo rilevare un po’ più di scetticismo e perplessità per quello che riguarda la posizione dell’Università nei confronti dell’imprenditorialità, perchè è un peccato che ancora in poche Università ci siano corsi dedicati all’imprenditorialità.

Per quanto riguarda il rapporto tra EY e le Università, essendo centrali nel paradigma dell’Open Innovation ed essendo EY abilitatore di questo paradigma non può che essere interessato ad avere una collaborazione molto stretta su tutti i fronti dell’università, dalla “materia prima” e cioè gli studenti che saranno i futuri imprenditori, che si associano e inziano a fare impresa partendo dall’Università, fino ai dipartimenti di ricerca e gli incubatori universitari.

Ultima domanda: che consiglio daresti ad uno studente che vuole fare impresa partendo da zero?

Ne ho due: uno legato ad una soft skill e uno di management.

Il primo è quello di essere resiliente, le esperienze di fallimento esistono e vanno valutate positivamente. Quando ero un venture capitalist, investivo molto più volentieri su qualcuno che avesse già fallito in passato rispetto a chi era alla prima esperienza. Accettate le esperienze di fallimento, che sono all’ordine del giorno, e siate resilienti, perchè fare impresa è molto difficile soprattutto in ambiti in cui c’è una forte crescita in un periodo molto ridotto.

Il secondo è più tecnico: lo studente deve cercare di mettere insieme visione e competenze. Un animo visionario con una capacità analitica e un approccio

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Fabrizio Mancuso
Founder di start, innovatore per passione, cerco da anni di spiegare a mio nonno che cosa faccio, ma non ci sono mai riuscito!

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